Sofferenza, malattia e morte: Il mistero della fragilità e il senso di una vita
Ci sono parole che, ascoltate in un determinato momento della vita, assumono un peso diverso.
Le parole di Enzo Bianchi sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte le ho riascoltate con una disposizione interiore nuova.
Forse perché Enzo non c’è più o forse perché, dopo la sua morte, ciò che diceva non appartiene più soltanto alla sua riflessione: è diventato, in qualche modo, testimonianza.
La sua morte mi ha fatto riflettere.
Mi ha fatto pensare a quanto sia difficile, per noi uomini contemporanei, accettare la fragilità.
Abbiamo costruito una civiltà che tende a nascondere la malattia, ad anestetizzare il dolore, a rimandare il più possibile il pensiero della morte.
La medicina combatte la malattia — e deve farlo —, la tecnologia prolunga la vita, la scienza cerca continuamente nuovi confini.
Ed è una straordinaria conquista dell’umano.
Ma arriva un momento nel quale siamo costretti a riconoscere che non tutto è nelle nostre mani.
È forse questo il primo insegnamento della malattia: ricordarci che la vita non ci appartiene completamente.
Enzo Bianchi lo ha detto con una lucidità che ho sempre sentito profondamente vicina: la sofferenza è il “caso serio” dell’esistenza.
Non perché abbia necessariamente un significato nascosto, né perché ogni dolore debba essere interpretato come una prova mandata da Dio.
Al contrario. La sofferenza rimane un enigma. Davanti al male, anche la fede non possiede risposte facili e questa, forse, è una delle cose più difficili da accettare.
Noi vorremmo che ogni cosa avesse una spiegazione.
Vorremmo sapere perché una persona si ammala, perché un bambino soffre, perché un corpo che per anni ci ha accompagnato improvvisamente ci tradisce, perché una vita si spezza proprio quando sembrava avere ancora tanto da dire.
Vorremmo perfino che Dio ci spiegasse il perché ma forse Dio non è colui che viene a spiegarci la sofferenza.
È colui che viene ad abitarla con noi.
Questa distinzione mi sembra decisiva.
La fede cristiana, infatti, non ci promette una vita sottratta al dolore.
Non ci consegna una risposta razionale all’enigma del male, ci mostra piuttosto un Dio che, in Cristo, non rimane estraneo alla sofferenza dell’uomo, ma entra nella carne, nella debolezza, nell’abbandono, fino alla morte.
Il cristianesimo non elimina la Croce.
La attraversa e forse è proprio qui che il pensiero di Enzo diventa per me particolarmente importante.
Egli ha sempre rifiutato sia la rassegnazione religiosa — quella che trasforma il dolore in una presunta volontà di Dio — sia la pretesa prometeica di poter dominare tutto.
Di fronte alla malattia occorre certamente lottare, curare, resistere ma esiste anche un momento nel quale bisogna imparare a consegnarsi. Non come sconfitta, ma come riconoscimento della propria creaturale fragilità.
La malattia, allora, non è una colpa, non è una punizione ne tantomeno è necessariamente una prova che Dio ci manda e nemmeno possiede un significato già confezionato che noi dobbiamo semplicemente scoprire.
La malattia può invece diventare il luogo nel quale siamo costretti a porci le domande essenziali.
Chi sono io quando non posso più fare ciò che facevo prima?
Che cosa rimane di me quando il corpo perde forza?
Quanto vale una vita quando non è più produttiva, efficiente, autonoma?
Chi siamo quando abbiamo bisogno degli altri?
Sono domande scomode, perché toccano il cuore della nostra illusione di autosufficienza.
Il malato ci mette davanti a ciò che cerchiamo continuamente di dimenticare: siamo fragili, dipendenti, vulnerabili e proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Il malato, diceva Enzo, ha una cattedra.
Una cattedra dalla quale insegna qualcosa che nessun libro può insegnare fino in fondo: la nostra umanità.
Forse per questo la vera cura non può mai essere soltanto tecnica.
Certo, servono medici, infermieri, farmaci, diagnosi, macchine, terapie.
Ma il malato non è una malattia, non è un organo malato, non è un numero di cartella clinica.
È una persona.
Ha bisogno di essere curato, ma anche ascoltato, ha bisogno di competenza, ma anche di presenza, ha bisogno di terapia, ma soprattutto di non sentirsi solo.
E qui la malattia diventa una questione profondamente spirituale.
Perché ciò che ci salva, alla fine, non è soltanto ciò che riusciamo a fare contro il dolore, ma ciò che riusciamo a fare dentro il dolore: continuare ad amare, continuare a lasciarci amare, continuare a riconoscere nell’altro un volto e non semplicemente qualcuno che ci assiste.
Poi arriva la morte.
La parola che più di tutte cerchiamo di evitare.
La morte è l’unica certezza davanti alla quale tutte le nostre sicurezze si fermano, eppure proprio la morte, che sembra togliere senso alla vita, può diventare ciò che ci obbliga a riconoscerne il valore.
La morte di Enzo Bianchi mi ha fatto pensare anche a questo.
Per anni abbiamo ascoltato la sua voce parlare della morte e ora quella voce si è fatta silenzio.
È una cosa che colpisce profondamente.
Perché improvvisamente comprendiamo che parlare della morte non significa parlare di qualcosa che accade soltanto agli altri. Significa parlare di noi.
Enzo ha attraversato gli ultimi anni della sua vita dentro la malattia e la debolezza.
Nelle sue ultime parole pubbliche raccontava di non avere più la voce di un tempo, di vedere con difficoltà, di avere un’andatura ormai incerta, eppure proprio dentro quella debolezza affermava che ciò che contava non era più la forza del predicatore, ma la forza della Parola.
Mi sembra una delle immagini più belle per comprendere la vecchiaia, la malattia e persino la morte.
Arriva un momento nel quale l’uomo deve lasciare andare l’immagine che ha costruito di sé.
Non siamo più quello che facciamo.
Non siamo più la nostra efficienza.
Non siamo più la nostra voce, la nostra memoria, il nostro corpo, il nostro ruolo.
Rimaniamo semplicemente persone.
E forse, davanti alla morte, rimane una sola domanda davvero importante: abbiamo amato?
Non quanto abbiamo prodotto.
Non quanto siamo stati applauditi.
Non quanto siamo riusciti.
Ma quanto abbiamo amato e quanto ci siamo lasciati amare.
Nel cartoncino commemorativo di mi mamma ho scritto: “al tramonto della vita ciò che conta è avere amato” ed è questa, per me, la grande provocazione.
La sofferenza non ha necessariamente una spiegazione.
La malattia non ha necessariamente un senso già dato.
La morte non è qualcosa che possiamo eliminare dalla nostra condizione umana.
Ma, dentro questa consapevolezza, possiamo ancora scegliere.
Non scegliere di porre volontariamente fine alla nostra vita, ma scegliere come abitare il tempo che ci è dato, anche quando è attraversato dalla sofferenza, dalla malattia e dalla fragilità.
Possiamo scegliere di non diventare duri.
Possiamo scegliere di non chiuderci.
Possiamo scegliere di prenderci cura.
Possiamo scegliere di rimanere umani.
E, per chi crede, possiamo scegliere di affidarci: non alla rassegnazione, ma a una speranza che sa stare anche davanti al limite, senza pretendere di comprenderlo fino in fondo.
Non con una fede ingenua che pretende di sapere perché accadono le cose, ma con quella fede più povera e più autentica che, quando non ha più risposte, riesce ancora a dire: io non comprendo, ma non sono solo.
Forse è questo che significa attraversare la sofferenza.
Non vincerla. Non spiegarla. Non glorificarla.
Attraversarla.
Come si attraversa una notte sapendo che non si possiede ancora la luce, ma continuando a camminare e forse la morte stessa, allora, non è semplicemente il momento nel quale tutto finisce al contrario è il limite davanti al quale comprendiamo finalmente ciò che conta.
Alcune persone, come Enzo, quando se ne vanno, lasciano più di un ricordo: lasciano domande e le domande vere non muoiono.
Restano dentro di noi: Ci accompagnano… ci inquietano e, qualche volta, ci insegnano finalmente a vivere.
Le parole di Enzo Bianchi sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte le ho riascoltate con una disposizione interiore nuova.
Forse perché Enzo non c’è più o forse perché, dopo la sua morte, ciò che diceva non appartiene più soltanto alla sua riflessione: è diventato, in qualche modo, testimonianza.
La sua morte mi ha fatto riflettere.
Mi ha fatto pensare a quanto sia difficile, per noi uomini contemporanei, accettare la fragilità.
Abbiamo costruito una civiltà che tende a nascondere la malattia, ad anestetizzare il dolore, a rimandare il più possibile il pensiero della morte.
La medicina combatte la malattia — e deve farlo —, la tecnologia prolunga la vita, la scienza cerca continuamente nuovi confini.
Ed è una straordinaria conquista dell’umano.
Ma arriva un momento nel quale siamo costretti a riconoscere che non tutto è nelle nostre mani.
È forse questo il primo insegnamento della malattia: ricordarci che la vita non ci appartiene completamente.
Enzo Bianchi lo ha detto con una lucidità che ho sempre sentito profondamente vicina: la sofferenza è il “caso serio” dell’esistenza.
Non perché abbia necessariamente un significato nascosto, né perché ogni dolore debba essere interpretato come una prova mandata da Dio.
Al contrario. La sofferenza rimane un enigma. Davanti al male, anche la fede non possiede risposte facili e questa, forse, è una delle cose più difficili da accettare.
Noi vorremmo che ogni cosa avesse una spiegazione.
Vorremmo sapere perché una persona si ammala, perché un bambino soffre, perché un corpo che per anni ci ha accompagnato improvvisamente ci tradisce, perché una vita si spezza proprio quando sembrava avere ancora tanto da dire.
Vorremmo perfino che Dio ci spiegasse il perché ma forse Dio non è colui che viene a spiegarci la sofferenza.
È colui che viene ad abitarla con noi.
Questa distinzione mi sembra decisiva.
La fede cristiana, infatti, non ci promette una vita sottratta al dolore.
Non ci consegna una risposta razionale all’enigma del male, ci mostra piuttosto un Dio che, in Cristo, non rimane estraneo alla sofferenza dell’uomo, ma entra nella carne, nella debolezza, nell’abbandono, fino alla morte.
Il cristianesimo non elimina la Croce.
La attraversa e forse è proprio qui che il pensiero di Enzo diventa per me particolarmente importante.
Egli ha sempre rifiutato sia la rassegnazione religiosa — quella che trasforma il dolore in una presunta volontà di Dio — sia la pretesa prometeica di poter dominare tutto.
Di fronte alla malattia occorre certamente lottare, curare, resistere ma esiste anche un momento nel quale bisogna imparare a consegnarsi. Non come sconfitta, ma come riconoscimento della propria creaturale fragilità.
La malattia, allora, non è una colpa, non è una punizione ne tantomeno è necessariamente una prova che Dio ci manda e nemmeno possiede un significato già confezionato che noi dobbiamo semplicemente scoprire.
La malattia può invece diventare il luogo nel quale siamo costretti a porci le domande essenziali.
Chi sono io quando non posso più fare ciò che facevo prima?
Che cosa rimane di me quando il corpo perde forza?
Quanto vale una vita quando non è più produttiva, efficiente, autonoma?
Chi siamo quando abbiamo bisogno degli altri?
Sono domande scomode, perché toccano il cuore della nostra illusione di autosufficienza.
Il malato ci mette davanti a ciò che cerchiamo continuamente di dimenticare: siamo fragili, dipendenti, vulnerabili e proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Il malato, diceva Enzo, ha una cattedra.
Una cattedra dalla quale insegna qualcosa che nessun libro può insegnare fino in fondo: la nostra umanità.
Forse per questo la vera cura non può mai essere soltanto tecnica.
Certo, servono medici, infermieri, farmaci, diagnosi, macchine, terapie.
Ma il malato non è una malattia, non è un organo malato, non è un numero di cartella clinica.
È una persona.
Ha bisogno di essere curato, ma anche ascoltato, ha bisogno di competenza, ma anche di presenza, ha bisogno di terapia, ma soprattutto di non sentirsi solo.
E qui la malattia diventa una questione profondamente spirituale.
Perché ciò che ci salva, alla fine, non è soltanto ciò che riusciamo a fare contro il dolore, ma ciò che riusciamo a fare dentro il dolore: continuare ad amare, continuare a lasciarci amare, continuare a riconoscere nell’altro un volto e non semplicemente qualcuno che ci assiste.
Poi arriva la morte.
La parola che più di tutte cerchiamo di evitare.
La morte è l’unica certezza davanti alla quale tutte le nostre sicurezze si fermano, eppure proprio la morte, che sembra togliere senso alla vita, può diventare ciò che ci obbliga a riconoscerne il valore.
La morte di Enzo Bianchi mi ha fatto pensare anche a questo.
Per anni abbiamo ascoltato la sua voce parlare della morte e ora quella voce si è fatta silenzio.
È una cosa che colpisce profondamente.
Perché improvvisamente comprendiamo che parlare della morte non significa parlare di qualcosa che accade soltanto agli altri. Significa parlare di noi.
Enzo ha attraversato gli ultimi anni della sua vita dentro la malattia e la debolezza.
Nelle sue ultime parole pubbliche raccontava di non avere più la voce di un tempo, di vedere con difficoltà, di avere un’andatura ormai incerta, eppure proprio dentro quella debolezza affermava che ciò che contava non era più la forza del predicatore, ma la forza della Parola.
Mi sembra una delle immagini più belle per comprendere la vecchiaia, la malattia e persino la morte.
Arriva un momento nel quale l’uomo deve lasciare andare l’immagine che ha costruito di sé.
Non siamo più quello che facciamo.
Non siamo più la nostra efficienza.
Non siamo più la nostra voce, la nostra memoria, il nostro corpo, il nostro ruolo.
Rimaniamo semplicemente persone.
E forse, davanti alla morte, rimane una sola domanda davvero importante: abbiamo amato?
Non quanto abbiamo prodotto.
Non quanto siamo stati applauditi.
Non quanto siamo riusciti.
Ma quanto abbiamo amato e quanto ci siamo lasciati amare.
Nel cartoncino commemorativo di mi mamma ho scritto: “al tramonto della vita ciò che conta è avere amato” ed è questa, per me, la grande provocazione.
La sofferenza non ha necessariamente una spiegazione.
La malattia non ha necessariamente un senso già dato.
La morte non è qualcosa che possiamo eliminare dalla nostra condizione umana.
Ma, dentro questa consapevolezza, possiamo ancora scegliere.
Non scegliere di porre volontariamente fine alla nostra vita, ma scegliere come abitare il tempo che ci è dato, anche quando è attraversato dalla sofferenza, dalla malattia e dalla fragilità.
Possiamo scegliere di non diventare duri.
Possiamo scegliere di non chiuderci.
Possiamo scegliere di prenderci cura.
Possiamo scegliere di rimanere umani.
E, per chi crede, possiamo scegliere di affidarci: non alla rassegnazione, ma a una speranza che sa stare anche davanti al limite, senza pretendere di comprenderlo fino in fondo.
Non con una fede ingenua che pretende di sapere perché accadono le cose, ma con quella fede più povera e più autentica che, quando non ha più risposte, riesce ancora a dire: io non comprendo, ma non sono solo.
Forse è questo che significa attraversare la sofferenza.
Non vincerla. Non spiegarla. Non glorificarla.
Attraversarla.
Come si attraversa una notte sapendo che non si possiede ancora la luce, ma continuando a camminare e forse la morte stessa, allora, non è semplicemente il momento nel quale tutto finisce al contrario è il limite davanti al quale comprendiamo finalmente ciò che conta.
Alcune persone, come Enzo, quando se ne vanno, lasciano più di un ricordo: lasciano domande e le domande vere non muoiono.
Restano dentro di noi: Ci accompagnano… ci inquietano e, qualche volta, ci insegnano finalmente a vivere.